Quando a una persona togli tutto quello in cui poteva riconoscersi, le resta solo il corpo. E il corpo, da solo, non regge.
C’è un esercizio che consiglio a chiunque voglia capire da dove viene davvero quella che chiamiamo epidemia di obesità. Non serve un laboratorio. Basta attraversare a piedi il centro storico della propria città, un pomeriggio qualsiasi, e contare i negozi che hanno ancora una radice nel posto dove stanno.
Poi guardare cosa c’è al loro posto. È il modo più rapido che conosco per spiegare che cosa intendo quando parlo di società obesogena.
Trovi il kebab, il sushi, la catena di telefonia, il negozio che vende sottocosto oggetti che durano una stagione, la gelateria identica a quella di un’altra città a quattrocento chilometri. Nessuna di queste attività è sbagliata in sé, e non è una questione di chi ci lavora dentro né da dove viene. Il punto è un altro, ed è più scomodo: nessuna di queste attività ha una radice nel tessuto culturale che la ospita. Sono atterrate. Potevano atterrare ovunque.
Una città che si lascia riempire così non ha subito un destino. Ha fatto, o non ha fatto, delle scelte di pianificazione. E quelle scelte, qualche anno dopo, arrivano sul tavolo del mio studio sotto forma di corpi.
Ma la strada è solo il punto da cui si vede. Quello che succede davvero succede più dentro.
Il vuoto che abbiamo costruito
Una società obesogena non nasce in cucina. Per capire come ci siamo arrivati bisogna fare un passo indietro di una ventina d’anni, e uscire per un momento dalla nutrizione.
I partiti politici, quelli che abbiamo avuto fino a poco tempo fa, avevano passione e avevano radicamento. Non sto dicendo che avessero ragione, e qui non mi interessa stabilirlo. Sto dicendo che dentro di loro esisteva una prospettiva umana nella quale le persone credevano davvero. E quel credere non restava confinato alla scheda elettorale: teneva insieme un modo di comportarsi, un’idea di che cosa fosse giusto fare e non fare, un modo di stare insieme, e anche, senza che nessuno lo dicesse mai ad alta voce, un modo di stare a tavola.
Il vuoto che resta quando togli una prospettiva
Oggi quel credere non c’è più. Restano prospettive costruite per essere accattivanti a fini elettorali, e se uno si ferma un momento a chiedersi che cosa vogliano davvero, fa più fatica di quanto sarebbe onesto ammettere.
Quando a una persona dai una prospettiva, quella persona è impegnata a viverci dentro. Ha una direzione, e la direzione le costa fatica, le costa scelte, le costa rinunce, e le restituisce un senso.
Quando gliela togli, non le dai libertà. Le dai un vuoto.
È un vuoto che in clinica si riconosce a occhio, molto prima di qualunque esame. È quella cosa per cui una persona ti racconta la propria giornata e nel racconto non c’è nessun punto verso cui si stia muovendo. Ci sono cose da fare, obblighi, scadenze. Non c’è una traiettoria. E soprattutto non c’è niente che quella persona senta come proprio al punto da poterci appoggiare sopra la domanda più semplice di tutte, quella che ognuno si porta dietro dall’adolescenza: io chi sono?
La scuola che insegna a rendere
La scuola, che di quel senso avrebbe potuto essere la custode, ha preso un’altra direzione. Si è agganciata al mercato del lavoro. Forma competenze spendibili, misura, certifica, orienta. Fa molte cose e ne fa alcune bene, ma ha smesso quasi del tutto di porsi il problema di costruire un cittadino culturalmente solido, autonomo nel pensiero, capace di essere critico anche verso chi lo sta formando.
E nel farlo ha insegnato ai ragazzi una cosa precisa: che il loro valore coincide con il loro rendimento.
Un ragazzo che cresce dentro un’identità performante impara che esiste nella misura in cui produce un risultato. Il risultato va mostrato, confrontato, aggiornato. Non c’è un posto in cui essere abbastanza: c’è solo il prossimo rendimento da raggiungere. E quando il rendimento cala, non cala una prestazione. Cala la persona.
Questa non è una deformazione della scuola soltanto. È il modello che poi il ragazzo ritrova identico fuori.
La società iperperformante, e la vetrina
Perché fuori c’è una società costruita sulla stessa logica, e amplificata dal consumo.
I ragazzi oggi vengono etichettati per quello che indossano. Le scarpe dicono una cosa, la felpa ne dice un’altra, e chi non ha né le une né l’altra viene collocato da qualche parte senza che nessuno debba dirglielo. Vengono etichettati per la macchina che guidano, e vediamo ragazzi giovanissimi al volante di macchine di grossa cilindrata che nessuno si chiede mai come abbiano potuto comprare, perché la domanda è imbarazzante e la risposta lo è ancora di più. Non è un fenomeno di costume. È un sistema di riconoscimento sociale che ha preso il posto di quello che c’era prima, e che funziona su un principio solo: esibire.
La vetrina che ha preso il posto della comunità
Sopra a tutto questo si è chiuso il coperchio. Il telefono, usato nel modo in cui lo usiamo, chiude ognuno dentro una bolla che non ha costruito lui. La costruisce un algoritmo, sulla base di quello che ci tiene fermi più a lungo. Per i ragazzi il meccanismo è particolarmente brutale, perché arriva in un’età in cui l’identità è ancora in formazione e cerca appigli fuori di sé. L’appiglio che trova è un’identità su misura, autoreferenziale, rinforzata ogni giorno da chi la pensa uguale, e progressivamente incapace di reggere il confronto con qualcosa di diverso.
Ma soprattutto il telefono ha fatto un’altra cosa, più silenziosa. Ha trasformato ogni giornata in una vetrina. Non esiste più il gesto che rimane privato. Esiste il gesto che si mostra, e il gesto che si mostra ha bisogno di una forma presentabile.
Tieni insieme i pezzi. Una prospettiva collettiva che non c’è più. Una scuola che insegna a rendere. Una società che riconosce chi esibisce. Una bolla individuale che al posto della comunità ti dà un pubblico.
Adesso la domanda diventa concreta: quel vuoto, dove va?
Lo spostamento
Ed è qui il cuore di tutto il ragionamento, il punto che mi interessa più di ogni altro.
L’identità di una persona può appoggiarsi su molte cose. Sul valore intimo, che è quello che uno sa di sé quando non c’è nessuno a guardarlo. Sul valore culturale, su quello che ha imparato e che gli appartiene. Sul valore affettivo e relazionale, sulle persone di cui si prende cura e che si prendono cura di lui.
Tutte queste cose hanno una caratteristica in comune: non si vedono. Sono lente, non si misurano, non si mostrano, e in una società che riconosce solo quello che si esibisce non valgono niente.
Così l’identità si sposta. E si sposta sull’unica cosa che resta visibile, misurabile, mostrabile e sempre a portata di mano.
Si sposta sul corpo.
Il corpo diventa il posto dove si dichiara chi si è. Lo vediamo nel modo in cui viene marcato e modificato per dire qualcosa che non si riesce più a dire altrove. Lo vediamo in una forma di aggressività esercitata sul proprio corpo che negli ultimi anni è cresciuta in modo evidente. E lo vediamo, soprattutto, nel modo in cui è cambiata l’oralità.
Perché quando il corpo diventa la sede dell’identità, anche il cibo cambia funzione.
Il cibo che ha smesso di essere relazione
Prima si andava a mangiare in un posto perché in quel posto si stava insieme. Il pasto era un luogo di aggregazione prima che di nutrimento, e il nutrimento arrivava di conseguenza. Oggi si va a mangiare in un posto per dichiarare chi si è. Il pasto è diventato una dichiarazione di appartenenza, e l’appartenenza che dichiara non ha più niente a che fare con il territorio: è agganciata a un modello che è arrivato da fuori e che potrebbe essere ovunque.
Quando il cibo smette di essere relazione, non resta niente al suo posto. Resta il meccanismo.
Ed è qui che il discorso sociale e il discorso biologico smettono di essere due discorsi. Un sistema nervoso esposto per ore a stimoli brevi e gratificazioni rapide impara a chiedere quel tipo di gratificazione, e il cibo molto appetibile è il modo più veloce e più economico per ottenerla. Il circuito della ricompensa non distingue tra una notifica e un boccone: risponde alla stessa logica, e quella logica è la scarica immediata seguita dalla necessità di rifarla.
La letteratura mostra da tempo che lo stress cronico e l’attivazione persistente dell’asse dello stress spostano il valore che il cervello attribuisce al cibo altamente palatabile, agendo sui circuiti della ricompensa prima ancora che sulla fame vera [3]. E uno studio controllato condotto in regime di ricovero ha misurato che, a parità di calorie e nutrienti presentati, una dieta basata su alimenti ultraprocessati porta a mangiarne spontaneamente circa cinquecento chilocalorie in più al giorno [4].
Non è golosità. È un sistema che risponde esattamente come è fatto per rispondere, dentro un ambiente costruito per sollecitarlo, e dentro una persona che non ha altro posto dove mettere quello che sente.
Il corpo non regge
E qui arriva la parte che vedo ogni settimana nel mio studio, e che secondo me manca in tutti i ragionamenti che ho letto su questo tema. È anche il punto in cui una società obesogena smette di essere un concetto e diventa una persona seduta davanti a me.
Si è sempre parlato del rapporto tra la persona e il proprio corpo. Ma quello che sta cambiando, negli ultimi anni, non è il rapporto con il corpo: è il rapporto con il proprio corpo proiettato dentro la società. Il corpo non è più il posto in cui si abita. È il posto in cui si risponde di sé.
Un corpo può fare molte cose. Può portare pesi, può adattarsi, può compensare per anni senza lamentarsi. Quello che non può fare è reggere da solo il peso di un’identità intera.
Quando il corpo smette di reggere
Perché è una struttura biologica, non una struttura simbolica. Ha dei limiti, e quei limiti non sono negoziabili. Quando gli chiedi di essere contemporaneamente la tua prestazione, la tua vetrina, la tua consolazione e la tua appartenenza, prima si adatta. Poi comincia a mandare segnali. Poi cede.
E cede nel modo in cui cedono i sistemi biologici: senza annunci, per gradi, attraverso un’infiammazione che si accende e non si spegne più, un ritmo sonno veglia che si scompone, una regolazione della fame che perde il riferimento, un metabolismo che smette di essere flessibile.
Quella che chiamiamo obesità, in molti dei casi che vedo, è il punto in cui quel crollo diventa visibile. Non è la causa. È il momento in cui il conto arriva sul tavolo.
Ed è per questo che restituire alla persona la colpa di quel crollo è, oltre che sbagliato, profondamente ingiusto. Quel corpo ha retto finché ha potuto, dentro un sistema che non ha costruito lui.

L’eredità che ci portiamo dietro
C’è un altro strato, e va nominato anche se meriterebbe un articolo tutto suo. Il modo in cui una persona mangia da adulta non nasce da zero. Nasce dall’ambiente culturale in cui è venuta al mondo, dalla cucina che ha visto fare in casa, da quello che le è stato messo davanti nei primi anni di vita.
E qui abbiamo una responsabilità che non è di questa generazione soltanto. Abbiamo costruito intere generazioni cresciute a latte e biscotti, convinte che quella fosse la colazione giusta, quando i loro nonni si alimentavano in un modo completamente diverso e nessuno aveva mai spiegato loro perché si fosse cambiato. Non è un dettaglio nostalgico. È un cambio di paradigma alimentare avvenuto nell’arco di due generazioni, senza discussione pubblica, spinto quasi per intero da chi quei prodotti li vendeva.
Quando un modello alimentare entra nell’infanzia, ci resta. E ci resta per decenni, molto dopo che chi lo ha diffuso ha smesso di occuparsene.
Città obesogene, il volto visibile di una società obesogena
Il concetto di ambiente obesogeno non è nuovo. È stato formalizzato nel 1999, quando Swinburn ed Egger proposero una griglia per analizzare quanto un ambiente favorisca l’aumento di peso, distinguendo la dimensione fisica, quella economica, quella politica e quella socioculturale [1]. Da allora la ricerca ha accumulato dati solidi soprattutto sulla dimensione fisica e commerciale. Uno dei risultati più netti riguarda i cosiddetti food swamps, le aree ad alta densità di offerta ipercalorica rispetto alle alternative: la loro presenza predice i tassi di obesità meglio dell’assenza di negozi di alimentari sani, e l’effetto è più forte dove la disuguaglianza di reddito è maggiore e dove le persone si spostano meno [2].
Quella letteratura descrive bene l’offerta. Quello che secondo me non descrive è la domanda.
Perché l’offerta, da sola, non spiega il consumo. Un ambiente pieno di cibo ipercalorico produce danni molto diversi a seconda di che cosa trova dall’altra parte. Se trova persone che hanno una prospettiva, un radicamento, dei luoghi dove stare e un’identità che si appoggia su qualcosa che non sia il proprio corpo, quell’offerta resta un’offerta. Se trova un vuoto, diventa l’unica risposta disponibile. Su come un sovraccarico ambientale si traduca poi in sintomi, e su perché non basti togliere un alimento dalla lista, l’ho scritto in questo articolo sull’istamina.
Perché una società obesogena non si spiega solo con l’offerta
Ed è per questo che il pasto condiviso, che sembra un dettaglio antropologico, è invece un indicatore. Sappiamo che mangiare insieme si associa a un migliore stato nutrizionale e a un migliore benessere, e sappiamo anche che la possibilità di farlo non è distribuita in modo uguale: dipende dagli orari di lavoro, dall’istruzione, dalla composizione familiare, e i genitori soli sono quelli che ne hanno meno di tutti, come ha mostrato Ewa Jarosz su Appetite analizzando i dati britannici sull’uso del tempo. Quando svuoti una città dei suoi luoghi di prossimità, non togli soltanto dei negozi. Togli le occasioni in cui quel pasto poteva avvenire.
Da qui la tesi, che dico nel modo più asciutto che riesco.
Non esistono soltanto persone obese. Esistono città obesogene.
E un ragazzo che cresce in una di quelle città non sta scegliendo male. Sta imparando che quello è il normale. Si plasma su un modello viziato all’origine, e nessuno gliel’ha mai detto.
E adesso chi paga
Che è esattamente il motivo per cui scrivo questo articolo.
In questi giorni l’Europa si muove, e prepara restrizioni per determinate fasce di età. È una cosa che andava fatta. Il problema è quando la si fa.
La si fa adesso, dopo che il danno è stato costruito addosso a intere generazioni, con calma, davanti agli occhi di tutti, per anni. Lo dico senza retorica e senza infingimenti: mi sembra ipocrita, e mi sembra sconvolgente. Non perché la misura sia sbagliata, ma perché arriva quando serve a poco, e arriva da un sistema che in tutto quel tempo ha avuto ogni strumento per capire e ogni motivo per intervenire prima.
Ed è la prova migliore di quello che dicevo all’inizio. Quando mancano una politica di spessore e una prospettiva in cui credere, le decisioni non si prendono: si rincorrono. Si legifera sul danno invece che sulla causa, e si arriva puntualmente tardi, perché intervenire prima avrebbe richiesto di spiegare qualcosa di complicato a qualcuno che non voleva sentirlo.
Quei danni, però, esistono. Sono nei corpi di ragazzi che oggi hanno venti o trent’anni.
Chi li pagherà?
A chi tocca
Se il ragionamento regge, la responsabilità non è solo clinica, ed è qui che questo articolo smette di rivolgersi ai miei colleghi soltanto.
Tocca a chi fa il mio mestiere, e ci tocca in un modo preciso: smettere di restituire alle persone la colpa di un meccanismo che non hanno costruito loro.
Che cosa può fare chi governa una città
Ma la responsabilità non finisce dentro uno studio. Riguarda chi decide che cosa può aprire in una via e che cosa no. Sta nelle mani di chi pianifica, di chi amministra, di chi disegna gli spazi in cui le persone passano le giornate. Passa da chi progetta una scuola e sceglie se dentro quella scuola si formeranno prestazioni o persone. E arriva fino a chi si occupa di commercio, che quasi mai si è posto il problema di una licenza come scelta di salute pubblica.
E tocca farlo adesso, non fra dieci anni. È l’unica cosa che chiedo a chi ha in mano queste leve: non aspettare che il danno sia compiuto per poi scrivere una norma che lo certifica. Su questo tema il tempo non è neutro. Ogni anno che passa è una generazione che ha finito di formarsi dentro un modello, e da lì in poi non si corregge più con una legge.
Questi ragionamenti oggi non pagano, ed è il motivo per cui quasi nessuno li fa. Chiedono di guardare lontano in un tempo in cui si guarda alla prossima scadenza. Ma il conto di quello che non decidiamo adesso arriva comunque, e arriva sotto forma di persone che a quarant’anni si siedono davanti a me con un corpo che non riconoscono più e con la convinzione, sbagliata e feroce, che sia soltanto colpa loro.
Non è colpa loro. E non è una questione di volontà.
È una questione di paradigma, e il paradigma si cambia in molti, non da soli.
Bibliografia
[1] Swinburn B, Egger G, Raza F. Dissecting obesogenic environments: the development and application of a framework for identifying and prioritizing environmental interventions for obesity. Prev Med. 1999;29(6 Pt 1):563-70. PMID: 10600438. doi:10.1006/pmed.1999.0585
[2] Cooksey-Stowers K, Schwartz MB, Brownell KD. Food Swamps Predict Obesity Rates Better Than Food Deserts in the United States. Int J Environ Res Public Health. 2017;14(11):1366. PMID: 29135909. doi:10.3390/ijerph14111366
[3] Adam TC, Epel ES. Stress, eating and the reward system. Physiol Behav. 2007;91(4):449-58. PMID: 17543357. doi:10.1016/j.physbeh.2007.04.011
[4] Hall KD, Ayuketah A, Brychta R, et al. Ultra-Processed Diets Cause Excess Calorie Intake and Weight Gain: An Inpatient Randomized Controlled Trial of Ad Libitum Food Intake. Cell Metab. 2019;30(1):67-77.e3. PMID: 31105044. doi:10.1016/j.cmet.2019.05.008

